A parte qualsiasi considerazione (mancato controllo per prevenire «incidenti» del tipo Icmesa, totale improvvisazione nelle operazioni di prelievo di campioni per le analisi, incapacità se non impotenza di fronte all’esigenza di ottenere tutte le informazioni direttamente dai responsabili della produzione del Tcf-Tcdd, e via di seguito) va registrato il criminale ritardo tra i fatti del 10 luglio e i primi pallidi tentativi di discussione sul problema della bonifica.
L’impostazione mentale degli esperti nominati dalla Regione Lombardia era la seguente: decontaminare «al meglio», spendendo il meno possibile. Non vale la pena di commentare una siffatta impostazione, che per l’ennesima volta parte dal risparmio sulla pelle delle masse, dall’anteporre i «soldi» alla salute. L’incolumità delle persone viene così valutata sommariamente. Molti degli «esperti» della Commissione bonifica sembrano ragionare così: «gli sfollati li rimandiamo nelle loro case quando ci saremo dati un po’ da fare (magari in modo più plateale che sostanziale) avvertendo al massimo che si devono osservare certe regole di comportamento: quello che più importa è fare economia». E il parametro – pretesto su cui imbastire questo calcolo era lì, bell’e pronto: la legislazione americana che consente l’impiego del Tcf (triclorofenolo) purché contenga Tcdd (diossina) al disotto di un certo limite. Da qui il ragionamento degli «esperti»: «mandiamo la gente a vivere in mezzo a residui (sia pure bassi) di una sostanza di cui sono noti gli effetti di accumulo». A guastare le nozze è giunta, una volta tanto a proposito, la notizia che esiste una legge italiana recentissima che vieta il Tcf in Italia, proprio in quanto non è possibile eliminare la diossina: insomma MAC (massima concentrazione accettabile) uguale a zero. E allora? Allora bisogna veramente decontaminare. Totalmente. Difficile? Direi quasi impossibile, per alcune considerazioni e tanto più impossibile quanto più passa il tempo. Innanzitutto la particolare fisionomia dell’inquinamento a Seveso e dintorni.
1) estrema dispersione delle sostanze tossiche (al plurale, perché la diossina, pur essendo con ogni probabilità la più pericolosa, non è certamente l’unica sostanza sparsa sul terreno)
2) mancanza di conoscenze con un minimo di attendibilità della quantità effettivamente dispersa (la prima mappa della diossina dava letteralmente i numeri) sia in senso orizzontale che in profondità nel terreno
3) mancanza di notizie relative agli altri composti presenti (si ricordi che a tutt’oggi non si è ancora saputo ufficialmente cosa è rimasto nel reattore sigillato, in termini sia qualitativi che quantitativi). Il monopolio democristiano dell’informazione fa il resto, ossia quanto basta (e non serve molto in un quadro come questo) per rendere impossibile avere un’idea globale ed organica della situazione.
Il secondo punto che rende assai problematica la bonifica è che i metodi analitici non possono altro che testimoniare il raggiungimento di certi livelli di decontaminazione, e in modo discontinuo; cioè essi ci possono solo dire (quasi): «qui non ce n’è più; là nemmeno». Ma per ciò che sta in mezzo a due rilevazioni non è possibile garantire niente (sottolineo il termine perché si tratta appunto di garantire, non di fare delle scommesse).
Purtroppo la diossina non è una sostanza radioattiva, che si trova in campo con un semplice contatore Geiger, o una mina che si rivela facilmente anche sottoterra. Per di più, come per le sostanze radioattive, il suo effetto non è visibile se non a tempi lunghi, ed è un effetto pauroso. Il terzo ostacolo è la estrema diversificazione degli oggetti del trattamento: non si tratta di recuperare solo l’area, ma anche le case e le masserizie. Più che indicare delle vie di uscita, le precedenti considerazioni, unite alle proprietà chimiche e fisiche della diossina, consentono di escludere alcune linee di intervento:
a) appare subito impensabile un trattamento chimico semplice: le basse concentrazioni di inquinante imporrebbero l’impiego di agenti chimici in forte quantità, col pericolo che il rimedio risulti peggiore del male.
b) parimenti è impossibile applicare un trattamento termico in campo, lanciafiamme e simili che rischierebbe di provocare una seconda nube tossica
c) l’impiego di solventi puri e semplici va escluso come capace di trasferire le sostanze contaminanti in strati più profondi, nei muri delle case e nel terreno, sino alla falda.
Qualunque variante anche sofisticata che si basi su uno dei tre progetti precedenti, ancorché di difficile realizzazione e sperimentazione, non potrebbe consentire di trarre informazioni atte ad autorizzare una corretta estrapolazione dei dati all’intera area (circa 5 chilometri quadrati). L’intervento deve perciò essere innanzitutto previsto a tempi lunghi, con lo sviluppo di una tecnologia particolare, ed essere articolato per campi, case e masserizie, oggetti a molti dei quali oltre che per valore economico è comprensibile che la gente sia affezionata. Il trattamento della campagna in pratica è il solo di cui a tutt’oggi si è discusso, e non c’è dubbio che la soluzione migliore sia qui prospettata (e probabilmente l’unica in grado di dare risultati positivi e di pericolosità limitata) sia quella dell’incenerimento della vegetazione del suolo (tempo necessario almeno un anno).
Personalmente ritengo che in alternativa si possa prendere in considerazione una proposta, a suo tempo da me avanzata, che prevedeva l’estrazione con solvente del terreno e la combustione della soluzione di diossina così ottenuta.
L’estrema lentezza con cui si è proceduto in questo esame delle possibili tecniche di bonifica rischia tuttavia di porre ostacoli che col passare del tempo potrebbero diventare via via insormontabili: i dati analitici dei primi di agosto rivelano diossina (e le altre sostanze?) fino a una profondità massima nel terreno valutabile intorno a 10 centimetri. Oggi sembra che almeno in qualche punto la diossina sia scesa a 50 centimetri. Ossia, se il volume di terreno da trattare si aggirava intorno ai 500.000 metri cubi, oggi si parla di una quantità oltre cinque volte superiore: Questo comporta la costruzione di un numero di forni maggiore, l’impiego di mano d’opera e di macchine in misura assai più rilevante, senza contare che le condizioni di lavoro imporrebbero per prudenza una rotazione del personale o l’impiego di vestiario speciale. Si aggiunga che il mese trascorso è un mese estivo e che si va incontro a una stagione ben più prodiga di piogge che pur non sciogliendo la diossina la trasporteranno ancora più in profondità. La proposta avanzata e in parte studiata di coprire in qualche modo l’area (con teli di plastica o qualcosa del genere) per bloccare il trasporto in profondità del Tcdd è rimasta lettera morta. Probabilmente priva di qualsiasi fondamento scientifico è la proposta giunta da una sconosciuta ditta francese (e non suffragata da sufficienti informazioni tecnico-scientifiche) di impiegare degli oli essenziali (presumibilmente a base terpenica) che a detta dei proponenti sarebbe in grado di veicolare l’ossigeno atmosferico, attivandolo e ossidando così la diossina. Oltre a tutto queste sostanze avrebbero dovuto essere impiegate in mezzo acquoso, introducendo almeno in parte il pericolo di trasferimento verticale del Tcdd; a questo proposito non si vede perché, nella complessità di composizione del terreno, le compiacenti molecole di tale preparato dovrebbero graziosamente svolgere la loro azione in maniera tanto selettiva, trascurando una miriade di sostanze ben più disposte a lasciarsi ossidare della coriacea diossina.
Un cenno a parte, anche perché attualmente in fase di sperimentazione, è il metodo della Givaudan (olio emulsionato con acqua, oppure olio e cicloesanone come solventi nella reazione di fotodecomposizione della diossina da parte della luce solare). Esso prende lo spunto da ricerche condotte esclusivamente in provetta, secondo le quali l’azione della luce ultravioletta avrebbe un certo effetto sulla molecola del Tcdd. Anche in questo caso, se non va discusso il principio, deve essere fortemente criticata l’attendibilità della sua estensione al caso di Seveso: se a distanza di poche ore vi sarebbero state discrete probabilità di trovare la diossina ancora in superficie, sulla pagina superiore delle foglie, sullo strato più superficiale del terreno e sulle superfici esposte delle case, a distanza di mesi dalla caduta della «nube» non esiste la minima possibilità di aggredire in misura significativa la diossina basandosi sull’azione del pallido (quando c’è) sole lombardo. Un sole tra l’altro privato in gran parte della sua componente ultravioletta (alzi la mano chi è riuscito ad abbronzarsi all’Idroscalo). La penetrazione inevitabile mediata dai solventi all’interno delle particelle del terreno consentirà inoltre alla diossina di sottrarsi alle speranzose intenzioni dei tecnici svizzeri, nonostante il volenteroso impiego delle loro strane pentolacce. Futuribile si presenta infine la possibilità dell’impiego della microflora, anche se non pare molto prudente, provare soluzioni di questo tipo senza una lunga e seria sperimentazione, che esclude alla fine possibili effetti secondari.
Da quanto esposto mi pare emerga chiaramente che l’attendismo fin qui praticato ha fatto di un problema già di per sé gravissimo una questione la cui soluzione si sta allontanando nel tempo anziché approssimarsi. Il palleggio delle responsabilità che nessuno ha il coraggio di assumersi (commissione regionale, commissione ministeriale, ancora commissione regionale), il difetto di informazione, certi interventi di sciacallaggio scientifico da parte di chi ha visto in tutta la faccenda il modo di farsi quanto meno un po’ di pubblicità, tutto quanto contribuisce a porre in secondo piano i problemi reali di coloro che in prima persona hanno subito gli effetti del disastro. E intanto giunge notizia che l’assicurazione della Roche non ha intenzione di cacciare neppure un franco.
Danilo Catelani
del Comitato Scientifico Popolare sui fatti dell’icmesa
