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La necessità di una migliore informazione su quello che è avvenuto, sta avvenendo e potrà avvenire nei comuni colpiti dalla nube di diossina, è sentita da molti, sicuramente è sentita da tutti gli abitanti della zona contaminata. Costoro hanno il diritto di pretendere una risposta chiara a poche ma essenziali domande: 1) è possibile la decontaminazione completa (cioè con accettabile garanzia di sicurezza per le persone) della zona colpita? 2) se sì, in qual modo e con quali tempi? 3) se no, verrà ridata una casa a chi l’ha persa? dove? da chi? quando? 4) qual è stata la reale esposizione per le persone? 5) quale rischio esiste per la popolazione? 6) cosa si può (e si deve) fare per minimizzare le possibili conseguenze della esposizione umana? 7) infine, cosa si sta già facendo per risolvere tutti questi problemi? L’inizio di questo discorso, con l’implicita affermazione che la gente non viene sufficientemente informata, è di tono polemico, ma chiarisco subito che il mio scopo, ora, non è quello di alimentare né questa né altre polemiche. Vorrei invece portare un contributo su uno degli aspetti che ho enumerato, cioè sui rischi per la popolazione. Nell’assenza di indagini epidemiologiche, i rischi per l’uomo si possono solo dedurre da ciò che si sa sugli effetti biologici della diossina.

Questo tema è stato già trattato altre volte dalla stampa di questi ultimi due mesi e tenterò quindi un riepilogo delle diverse informazioni disponibili su quegli effetti che sono stati finora oggetto di studio. Probabilmente questo non è il problema più assillante (la ripresa di un’attività lavorativa normale, di una vita normale, in una casa normale è sicuramente quello più urgentemente sentito dalle vittime di questa situazione assurda), ma, da un lato, è il solo sul quale il mio tipo di competenza mi dà qualche diritto d’intervenire, dall’altro, esso implica iniziative che vanno affrontate ora, subito, pena la perdita definitiva di informazioni essenziali. Quest’ultimo punto, sollevato più volte da Lorenzo Tomatis, capo della Unità di Cancerogenesi Chimica dell’Agenzia Internazionale per le Ricerche sul Cancro dell’O.M.S., non mi pare che abbia ricevuto ancora l’attenzione che merita.

TCDD: chimica e diffusione

Dalla struttura generale delle dibenzo-para-diossine, quale è mostrata nella figura, si vede che esistono 8 possibili punti di addizione chimica. Dalla monocloro- alla octacloro-dibenzo-p-diossina è possibile immaginare una serie di circa 60 derivati clorurati.

La 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-p-diossina (Tcdd) è l’isomero tetraclorurato di gran lunga più tossico. Esso si genera come prodotto secondario nella sintesi industriale del 2,4,5-triclorofenolo, un intermedio nella produzione dell’acido 2,4,5-triclorofenossiacetico (2,4,5-T), utilizzato in agricoltura come diserbante e nel Vietnam come aggressivo chimico. La reazione chimica che porta alla formazione del TCDD e le condizioni che la favoriscono sono note.

Nel 1964 l’Istituto Nazionale per il Cancro degli Usa contrattò una serie di progetti di ricerca con un laboratorio privato per accertare le eventuali proprietà cancerogene, mutagene e teratogene di un gruppo di pesticidi. Fu questo laboratorio a riportare, qualche anno più tardi, che il 2,4,5-T era teratogeno nel topo. Si scoprì poco dopo che il campione di 2,4,5-T usato in quelle ricerche conteneva 30 ppm (parti per milione) di TCDD. Questo fu il punto di partenza per le ricerche sull’attività biologica della diossina.

Tossicologia

Il TCDD è considerato come il composto a più elevata tossicità specifica. Una dose pari a 0,6 ng-Kg, cioè 0,6 parti per miliardo è letale per il 50% di una popolazione sperimentale di cavie e una dose un po’ maggiore (una parte per cento milioni) è letale per i conigli.

Nel 1957 il TCDD fu individuato come l’agente responsabile di 31 casi di cloracne (una forma di dermatite) che si erano manifestati tra i lavoratori di un’industria produttrice di clorofenolo in Germania. In esperimenti sugli animali il TCDD risultò essere un irritante della pelle estremamente attivo: la caratteristica acne compariva nei conigli a concentrazioni dello 0,002 per cento. Concentrazioni maggiori provocavano necrosi e morte degli animali. Per ingestione, il composto provocava la morte entro due settimane a dosi di 0,05-0,1 mg-Kg; l’autopsia rivelava in questi casi necrosi del fegato.

La prima indicazione di azione del TCDD individuata a livello biochimico è stata la inducibilità, da parte di questo composto, di un enzima del fegato (acido delta-aminolevulnico sintetasi, o Alas): 1,5 ng di TCDD (1ng = un miliardesimo di grammo) erano già efficaci nello stimolare un aumento di questa attività enzimatica nell’embrione di pollo. È oggi noto che altri enzimi vengono stimolati dal TCDD; di questo si parlerà ancora nei riguardi dell’attività cancerogena, resta comunque non chiarita la relazione tra questo fenomeno e la necrosi epatica, che è presumibilmente responsabile dell’azione letale.

Sono stati effettuati esperimenti per definire le vie attraverso le quali il composto viene eliminato dall’organismo. Nei ratti, la principale via di eliminazione è costituita dalle feci e la maggiore concentrazione viene raggiunta nel fegato.

Esami macroscopici e microscopici sono stati effettuati su ratti, cavie e topi trattati con TCDD. Alterazioni sono state trovate a carico di organi linfoidi (timo, milza, linfonodi); l’atrofia del timo è stata considerata come un indice particolarmente sensibile di esposizione al TCDD.

Il fegato, come già detto, è un altro bersaglio costantemente colpito. A livello microscopico, sono stati osservati essenzialmente cambiamenti dei mitocondri e del reticolo endoplasmico: questi ultimi possono essere messi in relazione con l’aumentata attività degli enzimi epatici.

Tutte queste sono indicazioni strettamente tecniche e tecniche: il linguaggio che sono stato costretto ad usare, ma al di là dell’uso di qualche termine incomprensibile credo che risulti chiara la pericolosità di un’esposizione umana al TCDD. Mancano, e mi auguro che mancheranno sempre, dati sull’uomo, con l’eccezione di un rapporto del 1975 che descrive i sintomi di un’intossicazione da diossina derivante da un’esposizione che il rapporto definisce «minima e passeggera» al TCDD a carico di tre giovani ricercatori. Due di essi manifestarono sintomi tipici (cloracne), inoltre, dopo due anni, comparvero altre manifestazioni: cambiamenti nella personalità, altri disturbi neurologici, irsutismo.

Mutagenicità

Un’attività mutagena del TCDD è stata dimostrata in due specie batteriche (Escherichia coli e Salmonella typhimurium). Il meccanismo d’azione sembra essere, da questi studi, quello delle sostanze cosiddette intercalanti: la molecola del TCDD si inserirebbe tra due basi nucleiche adiacenti (le basi nucleiche sono gli elementi di cui è costituito il materiale genetico) e provocherebbe così una distorsione nella struttura del DNA (il materiale genetico). Non sono stati effettuati esperimenti su cellule umane o di altri mammiferi coltivate in vitro, da cui si potrebbero ricavare dati più informativi.

Nel 1975 fu riportato da due ricercatori americani che il TCDD era risultato privo di attività citotecnica in esperimenti in vivo nel ratto. Il 31 luglio scorso, tuttavia, uno dei due ricercatori che avevano condotto questi esperimenti ha telegrafato a Nicola Loprieno, direttore del Laboratorio di Mutagenesi del Cnr di Pisa, nuovi risultati che dimostrano l’esistenza di attività citogenetica: trattamenti cronici con TCDD producono aberrazioni cromosomiche nelle cellule del midollo osseo.

Anomalie cromosomiche con conseguente sterilità sono state descritte in popolazioni di Drosofila, un moscerino largamente utilizzato per studi genetici, trattate con 2,4,5-T contenente diossina nella proporzione di 0.1 ppm.

Sono infine noti altri effetti a livello cellulare, come inibizione delle divisioni e formazione di cellule multinucleate.

I dati di attività genetica della diossina sono dunque pochi, quel che si può dire di sicuro è che il composto produce mutazioni nei batteri e agisce indipendentemente dal metabolismo dei mammiferi, è cioè attivo sul materiale genetico come TCDD e non attraverso intermediari metabolici. Per poter valutare i rischi genetici per l’uomo occorrono esperimenti su altri sistemi biologici (cosa non difficile e che non comporta tempi lunghi).

Cancerogenicità

Non sono stati a tutt’oggi effettuati, o per lo meno completati, gli esperimenti a lungo termine sugli animali necessari a dimostrare o escludere un’attività cancerogena della diossina. Esistono per ora delle indicazioni indirette, non tranquillizzanti, ma comunque neppure conclusive: 1) il TCDD è un potentissimo induttore di enzimi epatici microsomali: questo tipo di effetto può far definire la diossina come «canceromimetica», poiché essa si comporta sotto questo aspetto allo stesso modo di noti e potentissimi cancerogeni chimici. Canceromimetico non è però sinonimo di cancerogeno: si conoscono infatti sostanze che stimolano le attività enzimatiche anzidette, senza essere cancerogene. 2) il TCDD è un immunodepressivo: poiché le difese immunologiche vengono generalmente considerate come una naturale protezione contro lo sviluppo dei neoplasmi, una caduta di queste difese può aumentare la probabilità che un processo tumorale progredisca. Anche in questo caso, comunque, la prova è puramente circostanziale. 3) la grandissima maggioranza sostanze mutagene ha anche attività cancerogena. Anche questa indicazione è tuttavia indiretta e poggia su un dato, quello di mutagenicità, che non è stato sufficientemente investigato.

In sostanza occorrono esperimenti che chiariscano quest’aspetto. Ciò è particolarmente importante in vista del carattere che va dato alla sorveglianza sanitaria della popolazione, in altri termini per impostare correttamente una prevenzione nei riguardi di questo rischio.

Nei prossimi mesi si svolgerà il lavoro di una commissione di esperti presso l’Agenzia Internazionale per le Ricerche sul Cancro di Lione, allo scopo di raccogliere tutte le informazioni disponibili sulla eventuale cancerogenicità della diossina. I risultati verranno resi pubblici attraverso una delle monografie che vengono periodicamente pubblicate a cura dell’Agenzia.

Teratogenicità

Si è già detto di come le osservazioni svolte sul finire degli anni sessanta dal Bionetics Research Laboratory e comunicate al committente delle ricerche, l’Istituto Nazionale per il Cancro, avessero stimolato un’intensa attività di ricerca sulle proprietà teratogene del TCDD. Nei primi esperimenti effettuati (1970-1971) risultò subito l’estrema attività della diossina: a partire da dosi di 0.125 g/Kg (ovvero una parte per dieci miliardi) il TCDD provocò nei ratti emorragie intestinali del feto e mortalità fetale.

Anche trattamenti con 2,4,5-T contaminato da TCDD risultarono efficaci: anomalie dello scheletro e varie fetopatie furono osservate nei ratti, effetti embriotossici e un aumento significativo di palatoschisi nei topi, effetti embriotossici e teratogeni nel criceto, insieme a edemi ed emorragie negli animali neonati. Casi di malformazioni alla nascita sono stati anche riportati in popolazioni di animali viventi nel loro ambiente naturale, in zone trattate con diserbanti contenenti TCDD.

Numerosi dati sono riportati negli atti di un congresso tenutosi a Triangle Park (North Carolina, USA) nell’aprile del 1973. Da questi, e da altri successivi, bisogna concludere che la diossina è altamente teratogena. Alcuni ricercatori esprimono tuttavia dubbi sul rischio effettivo che essa possa provocare malformazioni nell’uomo. Auguriamoci che abbiano ragione.

Considerazioni conclusive

Nel corso di un incontro organizzato con la popolazione di Seveso dalla Federazione milanese del Pc, il 28 agosto scorso, ho visto quel famoso volantino in cui le «vittime vere della nube tossica» (polli e conigli) venivano contrapposte a quelle della «nube delle menzogne politiche» (già dieci bambini morti, diceva il volantino, riferendosi, presumo, agli aborti). Purtroppo non si può completamente escludere che volantini del genere trovino, per la generalizzata disinformazione, qualcuno che li prenda sul serio. E non mi sembra il caso di insistere su quanto delittuose siano manovre del genere. Il modo migliore, l’unico, per renderle inefficaci è quello di contrapporre informazioni e dati verificabili a vignette e slogan anonimi. Tutti noi vogliamo, speriamo con tutte le nostre forze, che al danno che c’è già stato non si aggiungano nel tempo i danni alla salute. Ma sarebbe criminale prendere questi rischi alla leggera, come sono criminali questi divulgatori di falso ottimismo. Qualunque atteggiamento e qualunque iniziativa non deve che muovere da un’attenta conoscenza delle cose e dalla divulgazione di questa conoscenza. E’ borbonico l’atteggiamento di chi pensa ancora che «la gente non è matura per essere informata». Questo porta a qualunque travisamento della realtà, anche agli episodi di sospetto e di timore che si sono verificati nei riguardi degli abitanti dei Comuni contaminati: se l’informazione esiste, a nessuno verrà in mente l’assurda idea che gli abitanti di Seveso siano degli «untori» pericolosi per gli altri, mentre a tutti sarà chiaro che è invece realmente rischioso scavalcare il filo spinato per andare magari a recuperare i prodotti dell’orto.

Un’ultima precisazione: tutte le fonti bibliografiche dalle quali ho tratto le notizie riportate in questo articolo sono state messe a disposizione della commissione costituita dalla Regione lombarda a distanza di una settimana dalla notizia dell’incidente alla icmesa.

Angelo Abbondandolo

Laboratorio di Mutagenesi e Differenziamento CNR, Pisa