L’avvelenamento della popolazione e dell’ambiente che, purtroppo, è e sarà protratto nel tempo, con il crimine attuato dalla multinazionale La Roche-Givaudan-ICMESA in una vasta e popolosa zona della Lombardia (Meda, Seveso, Cesano Maderno, Bovisio Masciago, ecc.) ha riproposto al centro del dibattito e della lotta politica e sindacale, ed in modo particolarmente drammatico, il problema della «qualità» della vita dentro e fuori la fabbrica. Il dibattito che si è aperto, anche se in molteplici casi insufficiente e riduttivo rispetto alla realtà, ha via via fatto emergere le responsabilità politiche che hanno reso possibile (e rendono tuttora possibile) e favorito il crimine con il quale la multinazionale La Roche ha avvelenato con diossina i lavoratori, le popolazioni, gli animali, l’ambiente.
Ci preme sottolineare subito che quanto successo nella zona di Seveso, pur nella sua drammaticità non rappresenta un caso limite.
Il limite politico più evidente, emerso dal dibattito in corso sui problemi della salute e dell’ambiente a partire dai fatti dell’ICMESA nell’ambito sindacale e della sinistra, è quello di un’attardarsi prevalentemente in un’opera di denuncia a livello istituzionale. Con questa si ripropone genericamente, seppur con le necessarie articolazioni tecnico-scientifiche-legislative, la risoluzione in modo delegato dei problemi che la difesa e la promozione della salute comporta.
A nostro avviso, questo metodo di porre e affrontare i problemi della salute mostra ancora una volta la divaricazione esistente fra le istanze rappresentative del Movimento e il Movimento stesso con il suo patrimonio ideale politico culturale di partecipazione, di organizzazione (democrazia diretta: gruppo omogeneo di lavorazione, delegato, C.d.F., ecc.) e di lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro e della società.
È infatti l’organizzazione operaia, con le necessarie alleanze, e la lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro la condizione sufficiente per un cambiamento positivo della realtà; il momento istituzionale legislativo, tecnico, scientifico, e le rispettive strutture (Smal – Cliniche del lavoro – Laboratori provinciali d’igiene e profilassi e industriale – Enti vari – tecnici, ecc.) sono condizione necessaria ma non sufficiente.
Solo faticosamente e non ancora completamente, ma soprattutto attraverso le lotte, si è fatto largo il principio della politica al di sopra della scienza: e cioè la non neutralità della scienza; si è così chiarito che la soluzione dei problemi non può trovarsi nella tecnocrazia ma in una corretta impostazione politica.
Non è quindi accettabile, e le masse popolari stanno dimostrandolo con le lotte, che il problema della «qualità della vita «possa» essere affrontato solo in periodo di «vacche grasse» secondo quanto tenderebbero ad imporre Guido Carli, Andreotti e amici, con il discorso sulle cosiddette «compatibilità» del sistema e messo da parte in un momento di crisi come l’attuale. Ma affrontarlo non può che voler dire partire dalla lotta dei lavoratori per il cambiamento delle condizioni in cui il sistema capitalistico di produzione impone di vivere e di lavorare. La lotta per una reale riforma sanitaria va portata avanti a partire dalla fabbrica.
Quanti pensano che sia accettabile una politica dei «due tempi» o peggio ancora che la promozione della riforma sanitaria attraverso la realizzazione della prevenzione primaria possa prescindere dall’organizzazione e dalla lotta in fabbrica contro la nocività e per la salute, si schierano obiettivamente dalla parte del padrone e contro i bisogni dei lavoratori. La lotta alla nocività in fabbrica, in quanto lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, contro l’ideologia padronale, per l’egemonia operaia, è invece momento irrinunciabile della lotta di classe.
Rinunciare a questo terreno di lotta significherebbe per il Movimento fare un grosso passo indietro su tutta la linea; infatti non solo si ritornerebbe alla monetizzazione del rischio e della nocività, con tutto quello che ciò comporta in termini politici di recupero da parte del padrone dell’egemonia indiscussa sull’organizzazione del lavoro, ma si perderebbe anche in termini di:
1) rigidità dell’uso della forza lavoro;
2) riconversione produttiva degli impianti con ampliamento della base occupazionale e produttiva;
3) livelli di organizzazione operaia;
4) livelli di autonomia e ruolo politico dei Consigli di Fabbrica e dei Consigli di Zona, strumenti fondamentali per l’unità di classe dei lavoratori occupati e non;
5) processo di estensione delle acquisizioni culturali affermatosi presso larghi strati di lavoratori;
6) perdita delle nuove alleanze con ricercatori, tecnici, intellettuali in genere, che negli ultimi anni si sono stabilite proprio sulla base delle lotte e proposte operaie contro la nocività, l’organizzazione capitalistica del lavoro, per una nuova scienza che realmente ed efficacemente corrisponda ai bisogni popolari.
Da ciò risulta evidente l’errore di coloro che si dimostrano disponibili, in un momento di crisi, a lasciare cadere la lotta per la salute intendendola come momento secondario rispetto alle esigenze di difesa dell’occupazione.
Questo significa svendere, per miopia politica, le lotte e le conquiste complessive del Movimento negli ultimi anni, ed accettare nei fatti il ricatto occupazione o salute, che il padrone ha sempre utilizzato e utilizza ancora come strumento di repressione politica. Tale ricatto, proprio in quanto arma di repressione, oltre tutto è falso, come dimostra la realtà di tutti i giorni; lasciar cadere il discorso della salute per salvaguardare l’occupazione significa perdere su tutti e due i terreni, mentre una lotta correttamente condotta per la promozione della salute porta a uno sviluppo dell’occupazione stessa come verificato nella nostra ed in altre realtà e come in negativo purtroppo viene confermato anche dal barbaro crimine della Roche attuato nella zona di Seveso.
Lasciar cadere il discorso sulla promozione della salute e la lotta contro la nocività, in un momento in cui la credibilità del modello padronale, delle proposte e degli obiettivi della classe politica che ne rappresenta gli interessi si trovano profondamente in crisi, vuol dire di fatto dare una mano alla classe dominante per «uscire» dalla sua crisi o meglio farcisi trascinare dentro e perdere così di vista quelli che sono gli obiettivi antagonistici della classe operaia: è il momento in cui, ben lungi dall’abbassare il tiro, occorre intervenire sulla quantità e qualità degli investimenti per un allargamento della base occupazionale, sul dove, come e soprattutto che cosa produrre, partendo dalle esigenze prioritarie delle grandi masse popolari. In questo senso le esigenze di salute sono un momento centrale della proposta complessiva.
Solo a queste condizioni si può evitare un uso padronale della crisi, contrapponendovi un corretto uso operaio della stessa per promuovere nei fatti e non a parole quel nuovo modello di sviluppo che solo la classe operaia può promuovere interpretando le esigenze popolari e dei ceti oppressi dalla classe dominante.
È soprattutto a partire dalle lotte operaie e studentesche del 1968 che prende inizio la crisi di credibilità del padrone e dei suoi rappresentanti politici, della scienza asservita al profitto e dei tecnici che svolgono un ruolo subalterno al padrone e funzionale alla repressione operaia. In tema di salute, l’iniziativa dei lavoratori e dei tecnici, formati dalle lotte del 1968 come alleati della classe operaia, ha portato da una parte ad identificare il ruolo reale giocato dai tecnici e dagli enti che, interpretando le esigenze padronali, si mantengono sullo stato di malattia, dall’altra hanno elaborato e praticato un metodo d’intervento originale, autonomo e scientifico che si fonda su:
a) non delega della salute ai tecnici, ma gestione operaia in prima persona della stessa attraverso l’egemonia sui tecnici;
b) preminenza della soggettività operaia;
c) principio della validazione consensuale dei dati tecnici, strumentali (ambientali e clinici) espressa dal gruppo omogeneo operaio di lavorazione;
d) rifiuto della monetizzazione della nocività e del rischio, fermata degli impianti nocivi per la loro bonifica, mantenendo integrali la retribuzione e l’occupazione operaia;
e) centralità e significato politico-scientifico del gruppo operaio omogeneo come unità di base per lo studio, la ricerca, la lotta contro la nocività dentro e fuori la fabbrica.
A partire da queste premesse il movimento di lotta si è sviluppato e ha fatto notevoli passi sulla strada della promozione della prevenzione e dell’attacco all’organizzazione capitalistica del lavoro, riducendo obiettivamente il potere del padrone in fabbrica, rafforzando contemporaneamente l’organizzazione e la capacità di gestione da parte della classe operaia (costruzione dei Consigli di Fabbrica e di Zona, ecc.).
Tutto questo non è però stato conseguito una volta per tutte. Di fronte all’avanzata e alle proposte del movimento operaio, il padrone tende a rispondere in modo articolato: da una parte con il ricatto, la repressione, l’attacco all’occupazione; dall’altra parte con un uso repressivo più oculato e subdolo dei tecnici.
Inoltre, tendenza generale, è quella di reimporre la monetizzazione anche sotto forme diverse (esempio: qualifiche, ecc.). D’altra parte, il movimento operaio non costituisce una realtà astrattamente omogenea, ma presenta al suo interno contraddizioni, «debolezze», sfumature diverse.
Quanto abbiamo detto prima infatti, rappresenta solo la linea di tendenza generale da sostenere e generalizzare, per altro già concretizzata in svariate situazioni. Laddove invece non è stato costruito un discorso dal basso, attraverso i gruppi operai omogenei, individuando obiettivi di lotta articolati sui temi della salute, (controllo e trasformazione dell’ambiente, autoriduzione dei ritmi, lotta per l’eliminazione del cottimo, controllo dello stato di salute a livello di massa con autogestione operaia dell’indagine, ecc.), ma ci si è limitati a riportare stancamente gli slogan o ad imporre iniziative di vertice, il riflusso del movimento ha permesso il recupero padronale attraverso la rimonetizzazione del rischio.
Questo pericolo di riflusso del movimento sul tema della salute e della lotta alla nocività è maggiore laddove:
1) meno chiaro è il nesso fra lotta per la salute e difesa dell’occupazione;
2) meno chiaro è il nesso tra lotta operaia all’organizzazione del lavoro per l’affermazione di un modello produttivo completamente rinnovato e il superamento della crisi capitalistica;
3) meno chiaro è l’importanza di un corretto metodo di intervento di analisi e di lotta.
In questo momento di duro attacco padronale, talora si tende, anche da parte della sinistra, a sottovalutare la problematica della salute e in molti casi la si sposta fuori dalla fabbrica attraverso confronti istituzionali che, seppur necessari, non possono sostituire la lotta operaia contro l’organizzazione capitalistica del lavoro.
Per contribuire al dibattito sul problema della lotta alla nocività, riteniamo utile proporre, sulla base della nostra esperienza concreta che dura ormai da sette anni, il nostro metodo di lavoro e di lotta, nonché il tipo di organizzazione che ci siamo dati, rimandando all’intervento al congresso costitutivo di Medicina Democratica, Movimento di Lotta per la Salute del 15-16 maggio a Bologna, del Gruppo di Prevenzione ed Igiene Ambientale del C.d.F. Montedison di Castellanza e pubblicato sul numero precedente della rivista di «Medicina Democratica».
Riteniamo che una generalizzazione del metodo proposto ed un suo adattamento alle singole specifiche realtà della fabbrica, possa contribuire ad un rilancio della lotta contro la nocività e l’organizzazione capitalistica del lavoro anche nella fase attuale.
Il punto di partenza del lavoro deve stare in un corretto rapporto tra scienza, tecnica e politica. Come momento di lotta e di socializzazione ci impegnamo affinché il convegno promosso dal C.d.F. Montedison – Castellanza (e fatto proprio da Medicina Democratica) che si terrà a Seveso il 15-16 ottobre 1976, abbia la più ampia partecipazione da parte dei diretti interessati: lavoratori, Consigli di fabbrica, Sindacato, partiti della classe operaia, Consigli di Ospedale, collettivi femministi, Comitati di quartiere, tecnici democratici, collettivi studenteschi, militari democratici, disoccupati organizzati, ecc.
Gruppo permanente di lavoro per la tutela della salute del Centro di Medicina Preventiva di Castellanza [Varese]
