«Cassaforte impenetrabile», è stato detto: della Hoffman-La Roche, una delle maggiori multinazionali al mondo nel settore della chimica e della farmaceutica, proprietaria (tramite complicati e insondabili giri finanziari) dell’Icmesa, si sa ben poco.

Certamente l’atteggiamento della direzione multinazionale è tale da legittimare più di un sospetto: i bilanci vengono resi pubblici solo da due anni; in precedenza si trattava solo della pubblicazione dei dividendi derivati dall’attività industriale. Pochi documenti, insomma, anche di quelli ripuliti e limiti nelle loro parti più compromettenti dalla logica ferrea della ragion di stato.

Fondata negli anni ’20 da monsieur Fritz Hoffman-La Roche, di famiglia tedesca con ramificazioni francesi e eivetiche, si caratterizza immediatamente per una sconosciuta (allora) spregiudicatezza produttiva: in sostanza, come è scritto in un opuscolo pubblicitario in lingua tedesca della casa farmaceutica, la struttura prevedeva una casa madre, un «cervello», in Svizzera, a Basilea per la precisione, più una serie di stabilimenti in Olanda, Germania, Gran Bretagna, Francia che avevano la possibilità di impostare liberamente la produzione a seconda delle particolari esigenze del paese in cui operavano: la casa madre non interveniva direttamente, rispettosa di questa moderna concezione del libero arbitrio per il profitto, riservandosi però il compito di intervenire per influenzare le scelte generali, di carattere economico e finanziario.

Una indipendenza di nome, una stretta subordinazione di fatto. Questa originaria impostazione, celebrata come un esempio di larghezza di vedute e di acume imprenditoriale, ha rivelato i suoi aspetti estremamente vantaggiosi: nel caso dell’Icmesa, ad esempio, la dipendenza dello stabilimento italiano passa attraverso la presenza della Givaudan, ufficialmente, legalmente, giuridicamente proprietaria della fabbrica della morte. Ma la Givaudan, a sua volta è di proprietà della Roche. Insomma, uno snodato ed efficiente sistema di vasi comunicanti (e apparentemente ignoti l’uno all’altro) che ha permesso alla casa madre di scindere le sue responsabilità dalla sciagura di Seveso, salvo poi ricomporre la propria immagine pubblica, compromessa seriamente dalle rivelazioni della stampa sulla natura, i fini, i metodi di quel mastodonte agilissimo che è appunto l’Hoffman-La Roche. Ventisci fabbriche chimiche, quarantadue farmaceutiche, sei enormi centri di ricerca, e 60 società «indipendenti»: un impero sparso per tutti e cinque i continenti, nascosto dietro a tre diverse sigle: Roche, Givaudan, Sauter.

Stabilimenti in Europa (Svizzera, Belgio, Danimarca, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Norvegia, Austria, Svezia, Spagna, Turchia), America (USA, Canada, Argentina, Brasile, Cile, Columbia, Messico, Nicaragua, Perù, Uruguay, Venezuela), Asia (Hong Kong, India, Irak, Iran, Giappone, Formosa, Vietnam), in Australia e nelle Filippine, in Africa (Marocco, Sud Africa).

Lo staff dirigenziale: Adolf W. Jann, presidente, Alfred Hartmann, vicepresidente, Dieter Fuglistaller, direttore generale, Alfred Pletscher, responsabile del settore ricerca, Raeto Schett, responsabile della produzione e del settore tecnico, Jan Breyvogel e Etienne A. Junod per gli scambi commerciali, René von Graffenried, responsabile dei rapporti giuridici. Oltre ovviamente ai dirigenti indigeni delle aziende che via via sono state assorbite dalla Roche: Rezzonico, ad esempio, cittadino svizzero, ex direttore generale dell’Icmesa (quello che ha dichiarato che lo scoppio di Seveso, proprio perché capitato in Italia, procurerà alla Roche dieci anni di guai all’atto del passaggio di proprietà è diventato direttore generale della Givaudan.

Solo poche volte il meccanismo si inceppa, e allora è possibile gettare uno sguardo dentro la smagliatura che si forma in quella rete altrimenti impenetrabile.

Come nel caso del processo subito dalla Roche di fronte al tribunale della Cee per pratiche di monopolio nel settore dei medicinali, in particolare pr il Valium. La multinazionale venne riconosciuta colpevole e condannata a una multa di mezzo milione di dollari.

Particolare curioso, ma estremamente sintomatico; nella classifica delle prime 100 multinazionali del mondo, compilata dall’Onu non compare l’Hoffman-La Roche: quindi l’azienda colpevole di aver sommerso il mercato europeo coi propri prodotti e di aver tratto incredibili profitti, non vale un’azienda come l’Eni, che al confronto sembra una fabbrichetta familiare della bassa Brianza, e che invece nella tabella dell’Onu occupa un posto fra i primi cinquanta.

Egidio Bertazzoni