Nei giorni seguenti alla fuoriuscita della nube di Seveso, fallito il tentativo delle autorità locali e dell’azienda di tenere nascosta la vicenda, un’incredibile ridda di notizie contrastanti, di affermazioni e di smentite, di iniziative rassicuranti o preoccupanti investe la popolazione di Seveso e tutta l’Italia. Tutte le strutture del potere barcollano (e le loro oscillazioni non si sono ancora spente) in tentativi tanto cinici quanto maldestri di arginare l’esplosione della collera popolare per una vicenda così grave ed iniqua.

Succede così che molti compagni, isolatamente e di loro iniziativa si recano sul posto per capire cosa stia realmente accadendo e per dare un personale contributo operativo. Questi compagni che cercano di partire dall’esperienza dei lavoratori dell’azienda responsabile, come prima fondamentale testimonianza, ogni giorno si rendono maggiormente conto che sui fatti esistono una quantità di interrogativi e di segreti che sembra impossibile portare a chiarificazione. Una vera cortina di omertà che la stessa struttura sindacale non riesce a penetrare.

Il Consiglio di Fabbrica dell’ICMESA chiede allora che questi compagni tecnici si organizzino e coordino la loro attività per poter seguire da vicino gli sviluppi dell’intervento delle autorità locali e regionali, per condurre delle ricerche alternative, per frugare nei misteri che si vogliono mantenere inaccessibili e per informare la popolazione. Nasce così il Comitato Scientifico e Tecnico Popolare, e si comincia e dare un senso ad una serie di notizie raccolte tra i lavoratori dell’ICMESA, tra la gente della case circostanti la fabbrica, negli ospedali ove sono ricoverati i bambini con le lesioni cutanee. Inizia la raccolta di materiale scientifico, di voci bibliografiche. Si scatena una frenetica attività di partecipazione a tutte le possibili riunioni delle autorità e dei tecnici ufficiali tra mille difficoltà, diffidenze ed opposizioni.

Medici del lavoro, tecnici e chimici di alcune facoltà universitarie, tecnici del CNR, un reparto dell’Ospedale Maggiore si impegnano a fondo in questa ricerca. Le forze tuttavia non sono così numerose come sarebbe necessario e le giornate che seguono vedono alcune file assottigliarsi per l’inizio delle ferie estive. (È questo un fatto che meriterà

un’analisi critica sui concetti di militanza politica che per troppi «democratici» è pura espressione verbale). Ad ogni modo si riesce a ricostruire, col contributo dei lavoratori della fabbrica, il ciclo di produzione del triclorofenolo ed a spiegare con discreta precisione quanto è avvenuto. Quanto basta ad identificare la responsabilità dell’azienda e le criminali connivenze delle autorità. La letteratura scientifica fornisce una ancora scarna ma già sufficiente messa di dati sulla tossicità della diossina; tanto da poter contrastare le ipotesi ottimistiche delle autorità o le tranquillizzanti misure di sicurezza proposte dagli «scienziati» del potere. Cominciano così a delinearsi con precisione le dimensioni del disastro per cui si è in grado di iniziare a lanciare concrete parole d’ordine di mobilitazione e di lotta. Questi primi dati vengono raccolti in un documento che viene distribuito alla popolazione in alcune migliaia di copie.

Questo documento viene inoltre presentato ad una riunione sindacale che si tiene a Cesano Maderno. Su di esso si accende un dibattito e tutto lascia sperare che i sindacati intendano utilizzare il comitato scientifico e tecnico, cooptandolo in iniziative a più ampio respiro. Questo invece non avviene perché nella sostanza prevale una linea di delega fiduciosa alle istituzioni (seppure con un discreto controllo sindacale) di tutti i problemi sociali e di salute che il territorio di Seveso esprime acutamente. I giorni successivi vedono aprirsi una dura battaglia politica legata alla questione dell’aborto e della contraccezione. Era ormai chiaramente emerso (attraverso tutta la stampa, anche quella reazionaria) che la tossicità della diossina era particolarmente evidente in termini di rischio di deformità nei discendenti delle persone esposte. Ne derivava quindi il duplice problema del diritto all’aborto per le donne nei primi mesi di gravidanza e di quello della contraccezione. Alcune forze politiche locali riescono ad ottenere l’apertura di un consultorio familiare a Seveso per affrontare e risolvere questi problemi. Il comitato tecnico e scientifico si lega immediatamente alle iniziative di lotta di alcune compagne operanti nel CISA e nel CED. Si producono alcuni volantini esplicativi del problema ma rigorosamente documentati che vengono distribuiti in tutta la zona, consegnati alle donne che si recano al consultorio ed a quelle che sono state sfollate negli hotels di Assago e Bruzzano. Si sviluppa così un lavoro di controinformazione e di mobilitazione politica quanto mai utile perché anche all’interno del consultorio, nonostante la presenza di alcuni democratici, le donne che vogliono abortire incontrano innumerevoli difficoltà per l’ostruzionismo di Comunione e Liberazione. Lo scontro esplode in un’assemblea popolare tenuta alle scuole di Seveso in cui gli integralisti cattolici sembrano voler intraprendere una guerra di religione. Da allora la presenza a Seveso di membri del comitato scientifico e delle compagne del CISA e del CED e di collettivi femminili della zona diventa costante. Sempre nuovi tatsébao vengono di giorno in giorno affissi nei locali del consultorio e devono essere difesi dagli attivisti di CL.

Si sviluppano iniziative per controllare che alla Clinica Mangiagalli di Milano, ove si devono praticare gli aborti tutto avvenga senza ulteriori ostacoli. Ed anche qui la presenza del Comitato vale a far cadere le pretestuose difficoltà frapposte al calvario delle donne di Seveso che devono abortire. Di pari passo procede la campagna per la contraccezione che il consultorio non può e non vuole spingere a fondo e che viene svolta sia attraverso i tatsébao che attraverso attività assembleari o di contatti capillari con le donne della zona.

Durante questo periodo la popolazione viene sottoposta ad una quantità di esami di laboratorio. Circa 9.000 sono le persone esaminate, oltre 250.000 i dati raccolti. Si sa bene che queste analisi non dicono nulla rispetto ai danni che può produrre la diossina, senza tener conto che se servissero a qualcosa, risulterebbe esaminato meno del 10% delle persone a rischio! Su questo fatto che è tragicamente ridicolo viene tenuta una conferenza stampa la cui eco è discretamente vasta e che ha lo scopo di contrastare quella smobilitazione della popolazione, almeno rispetto ai problemi della salute, che le autorità disperatamente ricercano.

In questi ultimi giorni infine, il Comitato ha pubblicato un pamphlet che riassume le principali questioni di Seveso e pone precise indicazioni di lotta.

Un grosso compito tuttavia attende il Comitato che deve arricchirsi di tutti i possibili contributi scientifici e di ogni militanza politica realmente democratica. A Seveso è necessario un lavoro di controinformazione estremamente complesso e gravoso (dal censimento di tutta la popolazione a rischio, alla valutazione dei danni ambientali, alla questione della bonifica, ai controlli sanitari per il futuro, ecc.) cui deve far riscontro un grosso potenziale di mobilitazione della popolazione e precise indicazioni di lotta. Senza di questo la nostra scienza potrà essere dalla parte delle masse, ma non riuscirà a divenire la scienza per le masse.

Enrico Petrella


I lavori di questo comitato, iniziati domenica 18 luglio e poi proseguiti in seguito alla raccolta di precise indicazioni e al continuo confronto con i lavoratori e la popolazione colpita, hanno portato alle seguenti conclusioni parziali; conclusioni che vengono messe a disposizione dei lavoratori, del Cdf Icmesa, delle organizzazioni sindacali, della cittadinanza di Seveso e Comuni limitrofi, e di quanti intendono battersi per la difesa della salute e per la piena bonifica della zona, nell’interesse [in termini di salute, occupazione, lavoro, casa, campi, ambiente, ecc.] dei lavoratori e della popolazione.