«Ho ricevuto il documento circa una settimana fa. L’ho fatto tradurre e il testo in italiano mi è stato consegnato ieri sera. Devo quindi ancora leggerlo». Questa la dichiarazione dell’assessore alla Sanità Rivolta, in data 11 settembre, di fronte alla comparsa del documento, datato 4 agosto, del dr. Donald F. Lee, capogruppo del dipartimento chimico del laboratorio di patologia vegetale di Herpenden. Il documento, comparso in seguito ad indiscrezioni giornalistiche, confuta i dati riguardanti la quantità di diossina sviluppatasi, forniti dalla Givaudan ed accettati dalle autorità regionali.
Con questa enunciazione d’ignoranza e di disprezzo per le popolazioni colpite, l’assessore ha concluso il secondo mese della vicenda di Seveso. A noi sembra tipica del comportamento delle autorità che costantemente hanno finto di subordinare le decisioni all’acquisizione dei pareri e degli elementi scientifici: traendo da questo ostentato rispetto per la scienza alibi apparenti per giustificare il ritardo, le forme disorganiche e paternalistiche dell’intervento; si è finto il più grande rispetto per l’importanza politica delle considerazioni scientifiche, mentre si è attuato il contrario; il potere ha utilizzato i tecnici facendosene paravento in ogni fase di questa vicenda.
In particolare, spregiudicato e selvaggio è stato l’uso della medicina, aspetto più empirico e stregonesco del nostro patrimonio scientifico. Tutta la prima fase è stata costellata di camici bianchi: i medici degli ospedali limitrofi, gli ufficiali sanitari, i dermatologi, i laboratoristi, il personale del consultorio, questi ultimi addirittura in camice verde da sala operatoria per segnare il distacco con le donne e coprire l’improvvisazione e la contraddittorietà con cui è iniziato il loro intervento.
Per oltre un mese si è riusciti a far passare questa tragedia imperialista come un problema medico tradizionale, suggerendo pertanto interventi sintomatici e palliativi.
In questi anni si è parlato molto di medicina preventiva; di fronte ai fatti dell’Icmesa si dimostra la vacuità e l’inganno di queste elucubrazioni, che a nulla sono servite sia nel prevenire che nel valutare, una volta avvenuto il fatto, il fattore rischio sull’ambiente, sulla salute attuale delle popolazioni e sulla discendenza.
Il fantasma della diossina.
A tre settimane dall’«incidente», l’assessore Rivolta confessava in un’intervista al Corriere della Sera: «Non sappiamo niente, non sappiamo cosa fare», per coprire la confusione degli interventi e la tragica esitazione di fronte alla necessità di misure urgenti. La prima parte della confessione era palesemente falsa; da una settimana era noto a tutti essere la diossina l’inquinante più tossico, e questa sostanza, sia chimicamente che come arma bellica, è discretamente conosciuta e studiata nelle sue caratteristiche di non solubilità, non biodegradabilità relativa ed elevatissima tossicità. Molto più conosciuta della gran parte delle sostanze usate nella produzione industriale. Altre volte e in altri paesi europei, sono successivi «incidenti» simili, anche se solo parziale è l’analogia con Seveso, dove il disprezzo imperialista ha addirittura usato l’ambiente esterno, abitato e popoloso, come valvola di scarico per i suoi difettosi metodi di produzione.
Perché si è nascosta la mole di informazioni e di segnalazioni scientifiche giunte alla Regione in tempi discretamente brevi? Perché ancora oggi il fantasma della niente affatto misteriosa diossina, tanto agitato, impedisce di valutare anche gli effetti tossici del triclorofenolo e delle altre sostanze gettate sulla zona? In compenso sono state ignorate le offerte e i piani d’intervento di qualificati organismi scientifici italiani, per dare credito alle proposte della Givaudan.
In compenso un barone della Farmacologia, il Prof. Trabucchi, ha potuto dire in un’assemblea in Brianza che la diossina non fa male alla salute.
Gli ufficiali sanitari
Sono stati protagonisti ed unico presidio sanitario della seconda settimana.
In assemblee popolari e in ordinanze varie, hanno svolto funzione tranquillizzante, negando la pericolosità della situazione ed indicando norme igieniche di comportamento. Queste vanno dal divieto di mangiare frutta, verdura e carne prodotte in luogo, al lavarsi spesso le mani, all’evitare nuove gravidanze. Contemporaneamente le popolazioni non venivano rifornite, se non in minima parte, di derrate alimentari sicure, gli animali morti venivano occultati e si presume anche consumati, non si metteva in atto nessun serio controllo sulle verdure prodotte.
L’Ospedale di Niguarda
L’Ospedale è fornito di uno dei primi Centri Antiveleni d’Italia. Per lungo tempo le persone che si rivolgevano a questo Ospedale venivano sottoposte ad uno «screening» consistente in Ves e conteggio dei globuli bianchi e, in caso di negatività, rinviate alla zona d’origine. Nessun contatto tempestivo con l’Istituto M.Negri, che nel frattempo accumulava informazioni per conto della Regione; nessuna risposta al Centro Antiveleni di Monaco che aveva messo a disposizione una equipe pronta ad intervenire immediatamente sui problemi medici dell’intossicazione da diossina.
L’uso mistificato delle informazioni e degli interventi medici
Ancora l’assessore Rivolta, nella conferenza stampa dell’11 agosto, oltre a smentire qualsiasi possibilità d’inquinamento delle acque profonde e di superficie dichiarava, tra l’altro, che gli abitanti del quartiere Barrucana non erano da ritenersi intossicati perché gli esami del sangue escludevano in loro ogni presenza di diossina, citando a riprova di questo le ricerche in atto all’Istituto Farmacologico M. Negri. Mistificazione gravissima perché l’assessore era perfettamente a conoscenza della non possibilità d’individuare il tossico nel sangue.
Esami ematologici sono stati effettuati su migliaia di persone. Se si eccettuano gli operai della fabbrica, gli evacuati nei motel di Bruzzano e di Assago, e, in qualche misura le donne gravide, sono stati fatti secondo una logica assurda. Senza standardizzazione alcuna, effettuati in una decina di ospedali e laboratori diversi ed in una casa di cura privata, con errori di trasporto e di conservazione, ed ancora su soggetti volontari per la maggior parte non più seguiti né rintracciabili. Questa costosa operazione è stata voluta e messa in atto in questa forma solo per dare l’impressione dell’intervento tempestivo ed efficiente, confondendo scientemente un atto diagnostico di per sé poco significante con un fatto curativo e liberatorio. A tutt’oggi non è stato attuato un censimento delle persone presenti nella zona al momento dell’esplosione e perciò non sono stati neppure impostati i presupposti per seguire le condizioni di salute della popolazione nel tempo.
Il consultorio
Il problema è molto più ampio e va considerato isolatamente per la durezza dello scontro sull’aborto. Dobbiamo però rilevare che all’improvvisazione, forse in parte inevitabile, della fase iniziale della attività del consultorio, ha fatto riscontro un ferreo controllo sul personale medico e paramedico rigorosamente gestito dagli ordini di servizio della Clinica Mangiagalli e da Mascazzini, factotum dell’Assessore. Non sono stati aperti neppure gli spazi minimi di partecipazione previsti dalla legge regionale. Ad oltre un mese dalla sua entrata in funzione, di fronte al merito di aver aperto il problema dell’aborto a Seveso e di aver svolto, molto contraddittoriamente, una certa funzione di informazione, si registra che l’effetto più importante del consultorio è stato quello di filtrare e ritardare il problema della interruzione delle gravidanze. Il consultorio è risultato la prima tappa di un lungo calvario fatto subire alle donne consistente in esami, colloqui, rinvii, ricovero alla Mangiagalli, altri esami, ore e giorni di attesa, colloquio con lo psichiatra. La mancanza di considerazione della volontà della donna ha costretto questa a cercare le più disperate argomentazioni per convincere il medico-giudice della liceità di un aborto già legittimo nella loro paura, nel rischio e nei traumi che questi si portano dietro e che solo le donne possono valutare.
In una situazione così tragica questa prevaricazione acquista un peso criminale; non si è voluto ammettere che la diossina e i suoi responsabili costringevano le donne a rinunciare a gravidanze desiderate. La grande maggioranza degli ambienti e degli atti medici si sono adoperati a colpevolizzare le donne. Non si sono finora voluti considerare oltre ai danni sul feto i possibili danni genetici. È difficile mantenere un giudizio sereno di fronte alla brutalità di questa trafila repressiva e non si può qualificare se non atto fascista quello, perpetrato all’Ospedale di Desio, di far ascoltare il battito cardiaco del feto ad una donna che si è fatta ricoverare per abortire.
Questo scritto affrettato vuole essere una prima riflessione sull’uso repressivo, efficacemente repressivo, della «scienza medica» nel dramma di Seveso che non è stata calamità accidentale ma tragedia imperialista con responsabilità della Roche e delle autorità italiane conniventi. Si è cercato, con alcuni dei molti esempi ricavabili, di evidenziare il gioco degli specchi tra potere e scienza che ha permesso, in qualche misura, ad Andreotti e a Rivolta di essere apparentemente più aperti e di scavalcare le posizioni più conservatrici, valga l’esempio dell’aborto, con la sicurezza che l’apparato tecnico e scientifico ufficiale, in mille modi sarebbe riuscito ad affossare, a confondere, ad impedire. Ancora abbiamo di fronte a noi la violenza sulle donne incinte a cui è stato detto che avevano il diritto di scegliere. Si è parlato di aborto liberalizzato e di aborto terapeutico, naturalmente dopo gli opportuni accertamenti ed i pareri tecnici che sembravano formali ma che hanno invece rovesciato i termini del problema.
La storia di Seveso e l’uso manipolato delle informazioni scientifiche che sono sinora servite a mantenere tutta la gestione del potere nelle mani della Dc, a nascondere le responsabilità e spingere la popolazione verso il qualunqueismo e la logica clientelare, portano anche ad altre considerazioni. Come ha reagito la sinistra: i suoi partiti e organizzazioni, i tecnici legati al movimento operaio? C’è stata una prima fase di «emergenza» anche per la sinistra, che ha scontato il prezzo della stanchezza post elettorale e del periodo feriale, in cui i compagni hanno fatto il loro meglio per opporsi al monopolio e alla strumentalizzazione delle notizie. Abbiamo constatato una combattività critica della stampa e una attiva presenza nelle istituzioni, in cui si è verificata la marcia iniziata nel ’68. In questa fase i partiti sono totalmente, o quasi, mancati. Ed ora sembra che la sinistra abbia accettato lo stesso terreno di scontro scelto dal potere ribattendo, nel possibile che è molto, vista la cialtroneria delle posizioni ufficiali, su ogni singola posizione senza aprire confronti più vasti sul controllo sulla produzione e sugli investimenti, senza chiedere conto alle istituzioni del loro comportamento e della loro settorialità, senza rilanciare la lotta sul diritto di scelta nella procreazione e alla gestione della salute.
Insieme al quadro politico complessivo sono mutati, in questi anni, la definizione e i compiti del tecnico. La posizione della negazione del ruolo, spesso alibi per conservare una egemonia mistificata sulle iniziative politiche, ha rivelato tutta la sua demagogia; sappiamo che l’impegno politico non può nascondere l’incompetenza specifica.
Anche su questi temi i compagni che operano nel movimento e i compagni di Medicina Democratica sono chiamati ad intervenire riflettendo ed intervenendo nello scontro aperto dall’esplosione dell’Icmesa.
Sergio Bonelli
